Diversi anni fa – verso la fine degli anni settanta – ebbi il privilegio di operare al fianco del compianto avv. Luigi Stochino; Egli, quando si riferiva agli avvocati, usata il termine CLASSE.
Il mio stupore fu notevole in quanto trovavo singolare che uno spirito laico e liberale –inteso il termine nella accezione di allora – quale era quell’illustre Maestro, usasse un concetto più familiare al lessico marxiano che alla sua impronta culturale.
Compresi poi che, al di là degli schemi soci-politici, Egli usava quella parola come il simbolo che doveva rappresentare l’unità di un insieme, cementata da un intento comune.
Credo che si dovrebbe riscoprire quella terminologia e quel senso, vivificandolo con uno spirito di appartenenza tale da poter essere degno della sintesi che il titolo di questa riflessione compendia.
Oggi l’avvocato dovrebbe riscoprire il senso di appartenenza che la sua funzione importa e dovrebbe sentirsi parte viva del corpus costituito dai Colleghi; dovrebbe vivere la professione convinto e cosciente di appartenere ad una classe.
E’ difficile far risaltare questo percorso di autocoscienza e di appartenenza, soprattutto quando il contesto tutto esalta invece spinte centrifughe e personalistiche; sono peraltro convinto che solo se nascerà e si diffonderà questo sentire vi sarà un futuro per la Avvocatura.
Se si guarda al pensiero comune, l’avvocato gode, più di quanto la vulgata pensi, di buona fama, ossia di fiducia nella considerazione della gente.
Per converso, certi settori lo attaccano continuamente, attribuendogli la responsabilità, meglio la colpa, di ogni malfunzionamento che affligge il comparto Giustizia.
Che queste accuse siano ingenerose perché assolutamente infondate è sempre più chiaro a tutti: in verità l’avvocato è la prima vittima delle mancate risposte del c.d. “servizio giustizia”; per converso e contemporaneamente, egli ha una grande forza che può e deve diventare il suo momento di rinobilitazione nell’esercizio della professione.
E’ suo compito peculiare parlare con il cliente; è lui che incontra la gente; è lui che, richiesto di un parere, è costretto a doversi esprimere in termini di probabilità, non esistendo più alcuna certezza, considerato che anche la più sconosciuta autorità giudiziaria può, senza alcun timore o pudore intellettuale, contrastare immotivatamente le Sezioni Unite della Cassazione.
E’ sempre lui che deve spiegare ( come?) rinvii delle cause al 2017, o l’attesa, altrettanto inspiegabile, di mesi per ottenere una formula esecutiva dopo anni di processo.
Ogni volta che si incontra un cliente, egli affronta un esame, e perde più tempo a rintuzzare le varie …. perle giuridiche che promanano dai vari esperti che oggi proliferano nei media, che ad esaminare la fattispecie concreta che gli viene sottoposta.
E sempre lui che deve poi penare per avere il giusto compenso, recentemente volgarizzato sino ad essere accomunato, ai tempi del decreto Bersani, a quello spettante ai taxisti: nulla da dire su quella benemerita categoria, però si crede che la gestione di un caso giuridico sia cosa diversa di una corsa a richiesta, con buona pace di chi, sull’onda di non ben comprese liberalizzazioni, ha assemblato codici e corse a nolo.
E l’elencazione potrebbe continuare, ma alla fine si concluderebbe constatando che l’avvocato è sempre in prima linea sul fronte di questa battaglia che riguarda il “servizio giustizia” che non funziona, e che alimenta, proprio per la sua lentezza che equivale ad assenza, spinte di disaffezione verso lo Stato di diritto.
Ed allora egli può pensare di riuscire a sconfiggere il sempre peggio che ogni anno sempre più si manifesta, solo se diventa, assieme agli altri colleghi, il portavoce della gente, il portavoce dell’utenza, tradita da un servizio che tradisce il suo dovere.
E’ la sua ultima spiaggia: ha già provato a dare aiuto sull’onda di emergenze quasi giornaliere ed il risultato è stato quello che l’intervento provvisorio è diventato suo dovere continuo.
Sarebbe inutile ricordare quante attività che non gli competono, egli pone in essere ogni giorno, e quanto anche deve spendere per svolgere compiti altrui: ciò che è divenuto insopportabile è vedere come quella che all’inizio veniva chiamata collaborazione, è divenuta obbligo: con un certo pragmatismo, e guardando al risultato, ciò potrebbe essere anche fatto, a condizione del riconoscimento di un ruolo.
Ebbene è proprio questo ruolo che invece si nega proprio da chi, prima, aveva richiesto la collaborazione, ed allora quel ruolo bisogna PRENDERSELO.
Se l’avvocato da solo non va da nessuna parte, la coscienza di appartenenza, la COSCIENZA DI CLASSE, è quel qualcosa che può fare la differenza.
Egli ama la sua professione, si adopera per crescere con la formazione continua, vive e lavora nelle sue Associazioni; deve ora ridiventare soggetto politico certo di pari dignità di coloro che sul “servizio giustizia” intervengono.
Ciò non solo per tutto quello che la classe dell’avvocatura fa, ma perché è la SOLA E VERA portavoce degli interessi degli utenti-clienti.
Se si percorrerà questa strada, l’Avvocatura non sarà solo chiamata quando c’è qualche emergenza da risolvere, ma sarà considerata un interlocutore necessario ed imprescindibile.
Avv. Giorgio Pavan



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